giovedì 31 gennaio 2013

La jena - L'uomo di mezzanotte / The Body Snatcher (R.Wise,1945)


La Jena è l'esempio esatto di quanto possa essere importante praticare la pignoleria quando si decide di girare un film in costume. Un film ambientato indietro nel tempo, in una location che partecipa esattamente alla recitazione, che è essa stessa attrice. Nel nostro caso la Scozia della prima metà dell'800. Non si deve cadere nell'eccesso, nel vanto del particolare…scollare i dialoghi e la recitazione da una credibile narrazione, si deve percorrere un sottile sentiero di sobrietà, che permetta il calarsi di che gode del film in una naturale atmosfera d'altri tempi. Fondamentale quindi la sceneggiatura, la costruzione del set e la piena consapevolezza di regista e collaboratori che nulla debba turbare l'idea che lo spettatore ha di quei tempi passati. Grande aiuto nel far questo si ha prendendo come ispirazione un romanzo (magari di una certa fama) ambientato all'epoca dei fatti e usandone le atmosfere come guida per scene e recitazione. Qui abbiamo il racconto Il ladro di cadaveri di Stevenson (quello di Jekyll e Hyde) del 1884 che a sua volta deve ispirazione ad una vicenda realmente accaduta nel 1820 in Inghilterra. La scienza e il timore che questa potesse farsi nemica verso l'individuo è alla base di molti romanzi di Stevenson e di questo bel film. La medicina era roba da temerari pionieri e l'uso dei cadaveri per sperimentare e impratichirsi era abitudine comune. Non sempre il numero delle "cavie" risultava sufficiente e si ricorreva al furto della salma per "soddisfare" la grande richiesta. Tema di fondo del film, come del libro, è una evidente e drammatica ambiguità che respiriamo nella vicenda e grazie all'ottima recitazione degli attori. Un continuo fraseggio tra il bene e il male che non può che provocare tensione e angoscia. Il dottore buono e capace di curare una bambina affetta da una grave malformazione alla spina dorsale deve arrivare a servirsi di macabri sotterfugi per continuare la sua scienza, di individui senza scrupoli e finanche dell'omicidio. Motivo di vanto del film è una superba recitazione, tutti gli interpreti sono all'altezza della situazione e donano credibilità ai personaggi. Spicca un nome su tutti che per i divoratori di horror classici è poco meno di un'icona…parlo di quel Boris karloff (La mummia, Scarface, Black Cat…) che con la sua carrozza, il suo cavallo lento per le strade di Edimburgo sembra incarnare la morte stessa. Implacabile ghigno e vero ritratto di crudeltà…malvagio come non potrebbe di più e dalla meravigliosa mimica, vera dote naturale. Spiace invece il piccolo ruolo dato ad un altro grande attore, quel Bela Lugosi che fu il Dracula di Browning. Ormai nella legenda è la rivalità tra questi due attori. Sfida che non ebbe vincitori…ma che contribuì a regalarci bel cinema. Ennesima peculiarità del film è una evidente volontà di "non mostrare" l'oggetto della paura, di non provocare il facile ribrezzo con carni straziate e sangue, ma l'uso del potere dell'immaginazione come veicolo di inquietudine. L'assassinio della giovane mendicante, il suo cantare interrotto dal mostro o quell'ultima corsa della carrozza nel finale del film sono scene guida nel firmamento dei classici dell'horror. La trama: Edimburgo, 1831. Per i suoi studi di anatomia il professor McFarlane ha bisogno di cadaveri. Glieli procura un ambiguo vetturino (Karloff) il quale non si limita a saccheggiare le tombe, ma arriva anche all'assassinio e a ricattare il professore. I due, il bene e il male in lotta, arriveranno a scontrarsi…sembrerà vincere il bene, ma nulla è ancora deciso. Il male esiste per la stessa esistenza del bene e viceversa…questo l'insegnamento del film e del libro di Stevenson. Film da consigliare senza esitazione. (di seguito il film completo nella rara versione a colori...ma preferite il B/W)

lunedì 28 gennaio 2013

Theatre of Blood - Oscar insanguinato (D.Hickox,1973)

Ironia e thriller formano un connubio che raramente abbiamo visto funzionare sul grande schermo. Non mi riferisco ai tanti demenziali Scary-movie, non alla comicità di Frankenstein Junior, ma a quel difficile equilibrio di macabro e umorismo raggiungibile con fatica e a rischio di cadere nella parodia più inutile e ridicola. Servono personaggi caricaturali, con profili marcati che si incastonino in scene da CSI se non affini allo splatter. Si deve contare su una sceneggiatura adatta, dialoghi originali e attori-icone pronti a portare sulle loro spalle il peso di una interpretazione quasi innaturale. Questo il punto imprescindibile, questo quel che mai dovrebbe mancare in un progetto con queste ambizioni. Esempio di un film con queste caratteristiche, di un attore nato per un tale ruolo (apparentemente semplice, ma di una difficoltà unica) sono, nell'ordine, Theatre of blood e l'immenso Vincent Price. Qualcuno ha detto: Il grande attore è quello che interpreta sempre e solo se stesso. Se questo è vero lo è tanto e di più se ci riferiamo a Price. Nel film in questione interpreta un attore dalla recitazione piena di enfasi e maniera, ossessionato dai classici shakespeariani. Questo suo pomposo interpretare si guadagnerà recenzioni negative e quasi il dileggio da parte di alcuni critici teatrali (altra bella schiera di riuscitissimi personaggi). Price diventerà Giulio Cesare, Skyloch nel Mercante di Venezia, poi Tito Andronico...questo per inscenare siparietti colmi di humor nero e di trovate geniali, dove ci ritroveremo addirittura a ridere di due poveri barboncini diventati un pasticcio di carne...per vendetta. Burattinaio di tutto questo è un regista praticamente sconosciuto, più famoso per alcune miniserie tv che per i suoi trascorsi da cineasta. Douglas Hickox, questo il nome, ha diretto con mestiere e senza rovinare l'ottimo soggetto, dosando sapientemente quell'umorismo inglese che dona al film l'etichetta della rarità da conoscere. La trama: Un noto, quanto famigerato, attore teatrale (Price) ha dedicato la sua intera carriera a perfezionare (così lui crede) i ruoli nelle tragedie shakespeariane. Imposta ridicolmente la voce e mette eccessiva enfasi nei gesti e nei dialoghi. Questo risulterà "vecchio" e "fuori luogo" all'occhio attento di alcuni (bizzarri) critici a cui è dato il compito di assegnare il premio annuale come migliore attore. Edward Lionheart, questo il nome dell'attore interpretato da Price, non vincerà evidentemente l'ambita statuetta e metterà in scena una vendetta a dir poco "teatrale". Dopo aver inscenato la sua morte ricomparirà per uccidere quei "colpevoli" critici, assegnando ad ognuno di loro una morte letteralmente tratta dalle sue amate tragedie….bel finale in crescendo. Tutto il film è Vincent Price, lui è quel personaggio…esagerato, carismatico e senza possibili paragoni.

lunedì 21 gennaio 2013

La casa dalle finestre che ridono (P.Avati,1976)


E' un bel film, ma non capirò mai gli "osanna" che ha suscitato. E' considerato (da molti) il miglior horror gotico italiano e non è né un horror né tantomeno un "gotic-horror". E' un giallo con venature di macabro e ambientazioni rurali…le parole e le etichette hanno un peso e devono essere usate a misura. Personalmente lo reputo un godibile e originale lavoro, il divertimento di un bravo regista, ma che palesemente non porta i geni del classico film "de paura" a noi tanto cari. Ben diretti gli attori e buona sceneggiatura, ma purtroppo la recitazione lascia  a desiderare e l'inespressività evidente è macchia troppo grande da nascondere trattandosi di un film di genere, che basa tutto o quasi sui personaggi e sulla loro personalità. Il protagonista (L.Capolicchio) ha una e una sola smorfia per tutta la durata del film, coprotagoniste femminili praticamente di cera e, salvando Gianni Cavina, tutti poco più che comparse. Buon colpo di reni nel finale che risolleva il film e lo farà ricordare. Detto questo non possiamo negare che nel suo strano essere un "non horror, quasi horror" rimane una singolarità nel panorama del cinema nostrano e nella filmografia di Avati. Ha meriti certi nel non volersi omologare e, pur non riuscendo completamente nell'intento, il film ha motivo di esistere. Si aggroviglia in una trama intricata e a tratti di difficile comprensione. Tanti, troppi e banali colpi di porte sbattute (quasi i soli effetti presenti nel film) hanno come conseguenza unica un lieve sussulto sulla poltrona e poco altro, e questa pochezza ad Avati non possiamo perdonarla. Personalmente trovo anche inadeguata, ma per altri è una vera trovata del regista, la fotografia. Rendere "gotiche" le assolate e goderecce terre della bassa ferrarese è cosa ardua quanto impossibile….siamo abituati ad avere e ci aspettiamo di trovarli, in un classic horror, muffa e location memorabili…di questo nella Casa dalle finestre che ridono non c'è traccia. Sembra, volendolo audacemente interpretare Avati, che il regista intendesse giocare con quei canoni inamovibili che costituiscono l'ossatura stessa di un film horror. Sembra rendere caricature dello loro stesse maschere i vari personaggi e voler ridere della passione per macabro ed oscuro dello spettatore. Il film ha ragione di essere visto perché non è possibile basarsi sull'opinione di chi lo recensisce (questa mia per prima)…lo si ama (e devo ammettere che sono in tanti) o lo si critica come il sottoscritto. Rimane il dubbio che per alcuni il tessere le lodi di questo lavoro possa essere solo una logica conseguenza di aver, più che visionato il film, letto autorevolissime schede di autorevolissimi critici. La trama: Un giovane restauratore viene ingaggiato da un facoltoso imprenditore di un piccolo paesino del ferrarese per lavorare sul restauro di un affresco appena ritrovato nella chiesa del luogo. Il dipinto è inquietante tanto quanto il pittore che lo ideò. Una specie di Ligabue, ma più amante del macabro e certamente poco presente a se stesso. Le vicende porteranno il passato lugubre di quel luogo e di chi lo abita a riemergere, le complicità di alcuni insospettabili e il cadere delle maschere di alcuni personaggi ci consegneranno un finale inaspettato e, se pur poco sviluppato, di buona originalità. Di seguito il link con il film completo.

giovedì 17 gennaio 2013

Il mulino delle donne di pietra (G.Ferroni,1960)


Accade a volte che un film poco conosciuto, che un'opera relegata tra le numerosissime produzioni di film di genere, torni ad avere fama e riconoscimenti per una lungimirante rassegna o per un dichiarato plagio di un qualche giovane e preparato regista di grido. Gli onnivori e insaziabili cinefili conoscono bene questo film (Il mulino delle donne di pietra), lo citano e lo elogiano, lo inseriscono in quelle lunghissime e saccenti liste di film da vedere assolutamente (tutto da dimostrare è quanti di loro lo abbiano poi veramente visto) e via così…A rischio di cadere nello stesso errore, parliamo del film..ma cercando di sottolinearne le singolarità più che le ovvie etichette. Prima e importante è una sceneggiatura compatta e senza nessuna lentezza, senza la minima concessione alla tentazione di girare scene tappabuchi e dialoghi mediocri. Peccato, questo, di praticamente tutte le produzioni "di genere"…che vengono cucite addosso ad un'idea più o meno credibile e sperando di reggere con quella l'intera struttura del film. Si sorvola sulla recitazione, si eccede nel macabro gratuito e quindi spesso ridicolo e si propongono nomi famosi in cartellone per assicurarsi il "botteghino". Tutto questo non lo ritroviamo nel film di Ferroni. Prende spunto da famosi racconti brevi olandesi dell'800 e mette importanti e inamovibili paletti al genere horror nostrano e non solo. La trama: Uno studente e giornalista, per completare un suo lavoro su l'arte popolare olandese, dovrà trascorrere alcuni giorni in un vecchio mulino a vento che ormai da 100anni è stato trasformato dal bisnonno dell'attuale proprietario in un enorme carillon, con terrificanti riproduzioni di donne, principalmente famose assassine o famose vittime, tanto ben fatte che gli abitanti del luogo lo chiamano ormai "Il mulino delle donne di pietra". Il professor Wahl è il proprietario di questa bizzarria, e vive con sua figlia Elfie (Gabel), un sinistro dottore e una governante in quello stesso mulino. L'incontro tra Elfie e il giovane studente porterà alla luce l'abominevole operato di Wahl e quanto orrore alberga in quelle stanze. Giovani donne sono scomparse in quel paesino, senza lasciare traccia…e quel macabro carillon e gli strani abitanti di quella casa/mulino hanno un ruolo e tante colpe in tutto questo…Nel 1960, nel medesimo anno di questo film, Georges Franju girerà il suo capolavoro (Occhi senza volto) e non può sfuggire a nessuno quanto i due film sembrano copiarsi o, meglio ancora, darsi forza l'un l'altro…uniti da quelle stesse emozioni e piacevoli brividi che riescono a dare allo spettatore. Per quanto mi riguarda ritengo superiore il film di Ferroni, lo trovo superiore nella fotografia e nelle meravigliose location, claustrofobiche e assolutamente ben fatte. Superiore e innovatore in quei passaggi quasi psichedelici del racconto e che rimarranno per anni un campo inesplorato per altri registi, non per la difficoltà nel pensarli, ma per il rischio di non riuscire a rappresentarli a dovere…forse solo Schmoeller (chi è costui?) poté tanto. Motivo (secondario) per incuriosirsi per questo film è la presenza di un'attrice, Scilla Gabel, con una storia tanto particolare quanto unica. Una bellezza forte, tratti marcati e buone doti di recitazione, ma con un "difetto" che la segnò…una estrema, incredibile somiglianza con la Loren (della quale fu anche controfigura). Per distogliere il pubblico da questo cercò di cambiare spesso il suo personaggio, acconciatura e usò per foto e scene pruriginose il suo "curvilineo ed abbondante" corpo. Un utile richiamo per distrarre lo sguardo dal suo bel viso, e da quel suo imbarazzante doppio. Opinione personale è che la Gabel fosse anche più bella della Sofia nazionale, aveva buone doti d'attrice e una scuola di recitazione alle spalle…ma sposare un famoso produttore può ben più che studio e bravura. (Film completo nel link di seguito)

lunedì 14 gennaio 2013

Un angelo per Satana (C. Mastrocinque,1966)


Gotico nostrano, uno tra tanti, uno come altri. Tutti gli ingredienti al loro posto e una Steele d'ordinanza. Lentezza provocatoria e recitazione da esame di scuola di cinema. Eppure questi dimenticati film di genere portano fascino e interesse come pochi altri. Quei canoni precisi rimangono alla base della pellicola, ma questa come altre (magari più famose) si fanno apprezzare per il guizzo originale, per la trovata fuori dallo schema che caratterizza confermando e alterando le regole. Qui in particolare sono un erotismo palese e certo poco "usato" al tempo (sia per questo genere di film che per il cinema italiano in generale), e una location direi unica, umida e brumosa, tipica dei laghi del nord italia (in realtà una villa romana, set di decine di film e fiction). Il fatale scoccare della mezzanotte trasforma la bella castellana (Steele) in una invasata dal sesso e dall'odio, tanto da turbare e portare alla pazzia praticamente ogni abitante del palazzo e del borgo tutto; uomini e donne (con tanto di accenni a scene lesbo…nel 1966). Il tema base del film è già visto, usato e abusato: la pronipote con le stesse fattezze della crudele o sfortunata antenata…etc..etc…(vedi La maschera del demonio). La Steele e la sua "immagine" funzionano come sempre e qui si provano in piccole (fortunatamente) parti di recitazione drammatica, ma che già risente, perdendo in sorpresa, dell'eccessivo "uso" in numerosissimi film dei suoi occhioni gotici. Non mancheremo di scorgere un giovane Mario Brega che recita il suo ruolo di imbambolato e goffo picchiatore e che ci appare ben credibile o almeno tanto quanto serviva al personaggio. Clamore per le tante scene dove un trasparente e ruffiano vestitino poco lascia immaginare del corpo della protagonista e per le furbe inquadrature volute da Mastrocinque, capace, da bravo artigiano, di passare dal dirigere film con Totò a questo bel gotico/erotico nostrano. Titolo senza la benché minima attinenza con la storia e i personaggi…vezzo o peccato originale di produttori e distributori italiani. Buon finale a sorpresa. La trama: Una giovane castellana torna nella sua villa natale lasciata da bambina a seguito della morte dei suoi genitori. Nel lago vicino la casa viene ripescata una statua raffigurante una antenata della ragazza. Una strana storia è legata a quella scultura; una storia di gelosia tra la bella antenata e una sua ben meno avvenente cugina, L'ira di quest'ultima scatenerà una maledizione…che parrà avverarsi nello strano comportamento dell'attuale giovane padrona della casa. Di seguito il link con il film completo.

mercoledì 9 gennaio 2013

Quella villa accanto al cimitero (L.Fulci,1981)

Storia di un film che sarebbe potuto essere un caso celeberrimo nella storia del cinema horror,  ma che per alcuni errori e leggerezze rimase nascosto o, nel migliore dei casi, solo per una piccola parte dei potenziali estimatori. Dopo aver diretto due film come L'Aldilà e Paura nella città dei morti viventi Fulci mette mano a quello oggi considerato il suo miglior splatter...quello che insegnò lo splatter agli americani. Come gli altri ambientato negli Stati Uniti ma praticamente sconosciuto oltre oceano almeno prima dei '90, quando Tarantino e Rodriguez si vanteranno di avere "fari" come Fulci per le loro furbissime pellicole. Particolarità del film è una quantità di terrore unito al sangue forse mai girato prima. Fulci non si limita, non eclissa, non evita. Mostra quanto meglio può, con quei pochi mezzi ed effetti a disposizione, carni straziate e spietate uccisioni. Non dobbiamo aspettare neanche i titoli d'inizio del film che tutto è chiaro e lo spettatore è avvisato su quello che sarà la pellicola che si appresta a vedere...una donna muore, ammazzata con un enorme coltello da cucina che le trapassa il cranio dalla nuca alla bocca. Reale e spietato. La trama: Un giovane professore decide di continuare le ricerche di un suo illustre collega, morto suicida in circostanze poco chiare, e si reca in quella che fu l'ultima dimora dell'uomo. Una spettrale casa ai margini del bosco, circondata da tombe ed alberi brulli. Insieme a lui porterà la moglie e il figlio, il piccolo Bob. Il ragazzo incontra una ragazzina della sua età che sembra avvertirlo di un pericolo imminente e lo scongiura di convincere i suoi genitori ad abbandonare quella casa. Ben presto la moglie di Norman (il giovane professore) avvertirà un enorme disagio ad abitare quelle sale e, la stessa notte del loro arrivo, sinistri lamenti e rumori inspiegabili rovineranno il sonno della famiglia. Norman scoprirà che le ricerche del collega son ben distanti da quel che poteva immaginare...sono tuttte indirizzate a scoprire la strana vicenda del primo proprietario della casa, il Dott. Freudstein, chirurgo dedito ad esperimenti su cadaveri e forse non solo su quelli. Le tombe di famiglia sono tra gli alberi nella proprietà della casa, tranne la tomba del capofamiglia...quella è sotto le tavole del salotto, cosa che induce Norman a cercare la vera sepoltura di Freudstain e a dare affidamento a quanto legge negli appunti del collega. Una terribile verità porterà al più feroce dei finali...  Torniamo agli errori che affliggono (ahimè) il film. Parliamo di una fotografia che risente dell'essere ancora poco avvezza a mostrare tutto quel sangue e pecca in luci e scelta degli obiettivi. Sergio Salvati (il direttore della fotografia) ha poche colpe per questo, lui aveva studiato come dare luce ad un film ed era bravo in questo (molte collaborazioni con registi noti stanno lì a dimostrarlo) ma Fulci stava girando qualcosa di diverso...stava inventando lo splatter ed era cosa difficile da spiegare senza avere esempi da mostrare. Stessa cosa accade con il montaggio...qui abbiamo un artigiano come Tomassi, che mise il suo mestiere a disposizione di film, moltissimi film, come Emanuelle e i polizieschi amari di Castellari, fece quanto possibile per rendere il volere di Fulci...ma esagerò fatalmente nei veloci cambi di inquadratura. Certamente il regista supervisionò il lavoro dei suoi collaboratori, sicuramente approvò...ma questo non gli evitò errori di gioventù per quel genere appena nato e tutto ancora da costruire, che dovrà la sua futura affermazione e fortuna anche nell'aver avuto "padri" come Lucio Fulci. Tralascio per spirito caritatevole di parlare dell'interpretazione degli attori...tutti mediocri ma pur sempre dei giganti nel confrontarsi con Ania Pieroni (la babysitter del piccolo Bob, la famigerata Claretta Mortacci di craxiana memoria), fortunatamente, per lei, nata con gli occhi azzurri...unico apprezzabile ricordo della sua offensiva recitazione.

domenica 6 gennaio 2013

Il prigioniero del terrore (F.Lang,1944)


Lasciata la sua Germania sul finire del '33, dopo aver energicamente rifiutato l'invito del regime di collaborare all'importantissima "missione" di propaganda di Goebbels, Lang passa 30anni della sua vita negli Stati Uniti. Dirige per la MGM e per la Paramount, film pieni di rabbia e quasi mai senza rinunciare a critiche e attacchi al nazismo. In particolare nella prima metà dei '40 porta sullo schermo quei film che verranno ricordati come veri e propri manifesti di questa sua battaglia contro Hitler e seguaci. La II guerra mondiale in quei giorni insanguina l'europa e Lang gira dei veri Instant-movie, bombardamenti, collaborazionisti assassinati (Anche i boia muoiono) o spionaggio (Il prigioniero del terrore) aiutano a tenere viva e reattiva l'avversità dell'America contro quei tiranni. Di spie, congiure e false identità parla (come detto) il film in questione. Non mancano i ricordi di quel suo girare espressionista, anche in questo che dovrebbe essere solo ed esattamente un film di spionaggio riusciremo a cogliere l'occhio del genio Lang e dei suoi celebri film tedeschi, quelli anteriori alla seconda grande guerra. Palesi accenni al suo Mabuse coccolano l'occhio dell'appassionato cinefilo che rivede qui quei frame tanto amati. Personalmente credo che i pur bravi attori americani (Ray Milland, per questo film) non siano mai riusciti a fare fino in fondo proprie le maschere che lo "scrivere alemanno" di Lang richiedeva. Attori e ambientazioni non sono adatte pienamente a quelle inquadrature fatte di profondissimi neri e nebbie utili a rendere onirico ed "espressionista" tutto, anche una americanissima sparatoria in un prato. La trama: Uscito da un carcere psichiatrico, sua "residenza fissa" per due anni, Stephen Neale ha voglia di riprendersi i rumori e il chiasso di quella vita lasciata per varcare la soglia di un carcere, forse per un omicidio mai commesso. Si imbatte in una festa organizzata da una associazione benefica e dopo aver vinto una torta con l'aiuto di una cartomante si imbatterà anche in bombe e pallottole che cercheranno di ucciderlo per un qualcosa che lui non riesce ancora a capire. Sopravvissuto, indaga sull'accaduto e durante una seduta spiritica vede morire, e ne verrà accusato, uno dei partecipanti. Con l'aiuto dei due rappresentanti, due fratelli emigrati dall'austria per i pericoli dell'occupazione nazista in patria, dell'organizzazione benefica riesce ben presto a portare alla luce un piano che spie tedesche stanno mettendo in atto per mettere le mani su importantissime informazioni segrete. Nulla è come appare al nostro sfortunato Neale…gli amici lo tradiranno, i nemici lo aiuteranno. Il film è logico e ben girato, esatto come il perfezionismo di Lang ci ha abituati a vedere. Non ha cali di tensione e risulta quasi troppo facile da portare a termine per un maestro come il "nostro". Possiamo apprezzarne l'ottima fotografia e alcune scene che spiccano per bellezza nella pur sempre notevole qualità generale del girato. Le donne, entrambe bionde, presenti nel film sono forse, insieme ad una scena finale frettolosa e poco riuscita, le note stonate dell'opera. Interpretano male i ruoli assegnati confondendo i patinati film losangelini con questo lavoro di un maestro del cinema mondiale. Non sono la Maria della Helm in Metropolis o la Crimilde della Schon nei Nibelunghi…Lang era quel cinema e non poteva tanta bravura finire in nulla, questi film americani ne sono la prova, ma non arriverà mai a quelle sue prove d'artista girate in patria…respirando Germania e potendo confrontarsi con Wiene e avvalendosi dell'aiuto di Thea von Harbou…compagna e collaboratrice.

mercoledì 2 gennaio 2013

Gli uccisori (A.Tarkovskij,1958)


Questo corto di 20min sarebbe potuto passare inosservato e rimanere solo quello per cui, al tempo, fu pensato, un esercizio d'esame per un corso della VGIK (scuola di cinema moscovita), ma riuscì a concentrare tante di quelle "particolarità" che risultò inevitabile tenerlo in considerazione nel compilare la futura filmografia di Tarkovskij. Prima di queste e la più importante è, senza alcun dubbio, l'ambientazione. Nessun film prima di questo riuscì mai a superare quello che potremo definire un vero e proprio "ordine non scritto di regime", quello di dover usare luoghi, nomi e personaggi solo inseriti nella totalizzante cultura sovietica. Sembra cosa di poco conto ma contestualizzata in quel 1958, anno di produzione del corto, ebbe la stessa forza dirompente di una "riforma luterana". Il bravo cineasta russo legge e ripropone un celebre racconto di Hamingway (Gli uccisori) che si muove nella fumosa periferia di Chicago dei primi vent'anni del secolo scorso. Sentire gli attori parlare quella "strana" lingua, così distante dal poter rendere frasi idiomatiche e movenze tanto tipicamente americane, ha ancora oggi un qualcosa di destabilizzante quanto interessante. Come se non bastasse questo a fare del corto un oggetto di studio per i cineasti dobbiamo anche ricordare quanto Gli uccisori (il racconto) rimanga una strada mai più percorsa da Hamingway…è un noir. Un noir talmente tanto primordiale da non presentare nessuno di quei canoni imprescindibili per questo genere di film e di libro. Non ci sono poliziotti, baveri alzati e lampioni a proiettare ombre lunghissime sui muri…non ci sono nel libro e non li troveremo nel corto di Tarkovskij. La lentezza del susseguirsi delle immagini aiuta il regista a riproporre lo scrivere dello scrittore statunitense con un risultato di notevolissimo interesse. Lentezza, questa si, rimasta una delle caratteristiche del girare del cineasta russo. Un lento susseguirsi di scene che si uniscono come due liquidi in un contenitore e non, come solitamente accade, forzati montaggi solo adatti a spingere lo spettatore allo stupirsi più che al pensare. La trama: In una tavola calda della periferia di Chicago entrano due strani e loschi individui. Si rivolgono con arroganza al gestore del locale e fanno capire da subito che non sono li per mangiare. La loro intenzione è quella di uccidere, non appena si presenterà nel locale, uno svedese di nome Ole Anderson e ordinano ai tre uomini (George il gestore, Sam il cuoco di colore e Nick Adams quel famoso Nick dei racconti di Hamingway) di tacere e assecondare il loro volere. Lo svedese non entrerà mai nel locale e i due gangster andranno via, lasciando sconforto e rassegnazione in George e Sam…non nel giovane Nick che correrà ad avvertire Ole. Quella sua giovane voglia di ribellione non avrà compagni…Ora..non possiamo non cogliere la scelta fatta dal 26enne Tarkovskij di legare a quel giovane e ancora sognatore Nick una sua volontà di smuovere l'immobile visione sovietica del mondo. Di andare oltre quel "le cose vanno e andranno sempre così" che sono le parole e le convinzioni dei personaggi del film, anche di fronte ad una vicenda così urgente. Evidentemente deve essere sembrata una perfetta rappresentazione della vita e dell'arte di regime in quel periodo storico. Tarkovskij dopo quel corto inizierà la sua avventura nel mondo del cinema…girerà bellissima fantascienza, lavorerà per il suo egoismo e non farà cadere quello che in questo corto era solo un velato attacco alla impettita e aureferenziale nomenclatura russa…girerà quello che è il suo manifesto e il perfetto Tarkovskij, girerà Andrej Rubliov…dove è l'arte la soluzione, dove è l'arte il luogo dove il giovane Nick del suo corto ha forse trovato approdo dopo aver lasciato quel locale di Chicago e quella arrendevole e sterile apatia.