sabato 28 giugno 2014

La tredicesima vergine -Die Schlangengrube und das Pendel (H.Reini,1967)

Lilian von Brabant (Karin Dor) e Roger Mont Elise (Lex Baker) invitati al castello del conte Frederic Regula (Christopher Lee) scoprono di essere discendenti di coloro che lo fecero giustiziare 35 anni prima. La condanna impedì al “vampiro” (si noti l’assonanza di Regula con Dracula) di nutrirsi del sangue della sua ultima vittima e ottenere così l’immortalità. I malcapitati, però, assistono alla resurrezione del conte che, dopo anni di oblio, cerca la vendetta e la vita eterna attraverso il sacrificio della tredicesima vergine…!
Nessuno può sottrarsi dall’avere un sussulto dopo quei primi minuti del film, dove una maschera, pesante e piena di chiodi, viene posta sul volto di un condannato a morte…che maledice i suoi accusatori prima di venire orrendamente giustiziato. Un sussulto non certo dovuto ad eccessi di sangue o ad effetti particolarmente sgradevoli ma all’evidente e certamente voluta somiglianza con uno dei nostri film-icona: La maschera del demonio. Da tanto parte questa discreta produzione tedesca che nelle intenzioni dei suoi finanziatori sarebbe dovuta essere la prima di una serie di horror teutonici, magari di un livello tale da battersela con americani e britannici. Le premesse, dobbiamo dirlo, c’erano tutte. Oltre i giusti omaggi al miglior horror, oltre la citazione-ossequio a Bava, anche l’aver basato sul racconto di Poe (Il pozzo e il pendolo) il film faceva ben sperare per il futuro e gli ottimi risultati sono effettivamente arrivati. Prima di ogni altra considerazione dobbiamo rendere il giusto omaggio a quella, che è quasi un bagaglio “naturale” dei tedeschi al cinema, straordinaria costruzione delle scene, a quell’atmosfera fantastica e onirica che è il vero carattere di questo bel film. Le nebbie, i colori saturi e le suggestioni fisiche che ci lascia, una per tutte, la scena della carrozza che attraversa il bosco prima del castello ha pochi altri rivali allo stesso livello. Sembra aver attualizzato quel che caratterizzò l’espressionismo tedesco tanti decenni prima, quel fascino palpabile che fu di Murnau e di Lang, di Wiene e di Leni. Fotogrammi eterni che non abbandonano gli occhi e i gusti di ogni serio appassionato. 
La tredicesima vergine è dunque un film che merita visione e considerazione. Ben recitato da Lee e compagni e con una storia che non annoia, magari non ha mai particolari vette di tensione ma è giustamente confezionato e onestamente diretto. Le segrete del castello, colme di macchine da tortura e teschi incastonati nelle pareti hanno il loro motivo di esistere e nella media gli effetti usati. Una di quelle macchine medievali sarebbe anche stata utile per far sapere al compositore delle musiche, e a chi eventualmente le ha scelte, quanto brutte le consideriamo. Degne al massimo della sigla iniziale di Derrick o Rex, completamente distaccate dal girato per ritmo e atmosfera, e dire che qualcuno paragona Peter Thomas (l’autore) al nostro Morricone…assolutamente detestabili. Il film è rimasto colpevolmente sconosciuto per alcuni decenni e qualora aveste intenzione di acquistarlo è assolutamente consigliato il DVD della Sinister, nella collana Horror d’essay, dove tra gli extra, oltre ad interviste e backstage, troverete la seducente voce di Cheistopher Lee che vi leggerà, in lingua, uno stralcio de Il pozzo e il pendolo di Poe…affascinante è dire poco.

domenica 22 giugno 2014

La stirpe dei vampiri - El Vampiro (F.Mèndez,1957)

Il conte ungherese Karol (Robles), un vampiro, acquista una proprietà nella Sierra Negra messicana e terrorizza gli abitanti del luogo. Per combattere la sua potenza diabolica, una giovane donna (Welter), ricorre a uno scienziato (Salazar) che in effetti riesce a incastrare il vampiro…non prima di numerosi colpi di scena e tante vittime.
Un film messicano, un film del 1957 e vampiri e pipistrelli. Potrebbe sembrare una scheda tipica di un filmetto che scopiazza le produzioni europee e americane..ma nulla è come sembra. Fernando Mendez, il regista, conosceva certamente l’horror girato prima del suo film, ma conosceva bene ed apprezzava principalmente i classici dei ’20 e dei ’30’…conosceva Murnau, Browning e le atmosfere di quei film eterni. Prova con pochi pesos a riprodurre quelle stesse sensazioni, le nebbie, le ragnatele…forse anche lo sguardo di Lugosi, e riesce, incredibilmente, con pochissimo, riesce. Ha l’occhio giusto, l’occhio appassionato e ha una delle intuizioni che determineranno per sempre la figura iconica del vampiro…due canini aguzzi e retrattili, luccicanti e pronti a colpire le sfortunate vittime. Nessuno prima di allora, certamente non il Dracula della Hammer (che verrà girato più di un anno dopo), presentava quella particolarità, ma dopo quell’apparizione nel film di Mendez nessun vampiro degno di questo nome potrà fare a meno di due canini affilati. Film come questo rimango sconosciuti, non hanno l’onore di essere citati nelle liste dei migliori horror classici..vengono considerati poco più che uno scherzo, ma poi, per ragioni diverse, se ne ritorna a parlare, si torna a visionarli con attenzione e non si tarda a riconoscerne il valore e la passione dei bravi registi e delle capaci maestranze. L’horror vintage è una delle migliori chiavi per appassionarsi al cinema…sono film fatti con poco, almeno la maggior parte, e certo non era per nulla scontato il loro responso al botteghino. Le storie originali erano pochissime e ancor meno gli attori capaci. La distribuzione e le sale erano ben lontane dalle luci della ribalta delle magnifiche produzioni di Hollywood (oggi come allora), ma, anche per questi limiti, lo sforzo per distinguersi era tanto  e, quando a questo si accompagnava anche il talento, al cinema arrivavano opere superiori…Nosferatu, La Mummia e Frankenstein, declinati in migliaia di film diversi e nello stesso tempo sempre uguali. Nello vostro scaffale, colmo di DVD "vampireschi", ha ragione di stare anche questo bel film messicano…gratifica il palato dell’appassionato.

sabato 14 giugno 2014

Asylum, la morte dietro il cancello (R. Ward Baker,1972)

Il Dott. Martin si reca al manicomio di Dunsmoor per essere assunto come assistente psichiatra. Durante il colloquio, il Dott. Rutherford, assistente del direttore Starr, lo informa che lo stesso è a sua volta impazzito, ed è ricoverato nell’ospedale come paziente. Martin dovrà scoprire, interrogando quattro dei pazienti del manicomio, chi di loro è il dottor Starr, affidandosi solo alle sue tecniche di interrogatorio e capacità di ascolto. I quattro pazienti lo coinvolgeranno  con i loro racconti incredibili e tra omicidi, corpi dissezionati e vestiti stregati tutto si svolgerà verso un finale colmo di colpi di scena. 
Magnifico film, soprattutto per sceneggiatura e soggetto, di produzione Amicus. Quattro episodi di notevole impatto e ben sviluppati. Capaci di procurare suspance e attenzione grazie ad un cast famoso e costoso. Peter Cusching, una giovane Charlotte Rampling e una sempre affascinante Britt Ekland farciscono, insieme ad altri bravi attori, queste piccole storie horror, dal respiro assolutamente gotico inglese e dove l’incredibile accade e l’ovvio è bandito. Non mancano le ingenuità e le sviste (ci accorgiamo con tenerezza della mano dell’attrezzista che muove l’arto mozzato in questione dimenticata nell’inquadratura) ma neanche le buone trovate, il tanto ottenuto con poco e un ritmo ben cadenzato contribuisco a farci godere della visione. Concepire un film ad episodi è sempre un rischio e l’annoiare, o magari anche infastidire, chi guarda non è un’ipotesi assurda. Quando quindi ci si trova di fronte ad un prodotto come questo, ben bilanciato e ben scritto, non dobbiamo dimenticare di aggiungere un plus al voto finale. Variegati, dicevamo, i temi di fondo dei diversi episodi. Nel primo, e forse più riuscito, dei quattro episodi si porta in scena un efferato uxoricidio. Il cadavere fatto a pezzi e nascosto in un congelatore riprenderà vita grazie a forze soprannaturali. Poco splatter e molto d’effetto…almeno per l’epoca. Nel secondo, quello dove troviamo sua maestà Cusching, un sarto caduto in disgrazia si trova a confezionare un abito descritto in uno strano e antico libro…capace di ridar vita ai morti e non solo. Terzo, e più scontato, quello dove una giovane e ricca donna (C.Rampling), in preda ad un gravissimo  sdoppiamento della personalità, seminerà il panico in famiglia. Il quarto e ultimo è quello che ci appare più inverosimile e quasi assurdo, ancora più assurdo dei precedenti. Un dottore, ormai preda del suo stesso genio, anima piccoli umanoidi con la forza del pensiero…preciso preciso il soggetto de La bambola del diavolo di Browning (1936). Un film articolato e ben girato, con una location indubbiamente d’effetto e con una classe che dobbiamo assolutamente riconoscere al bravo regista Roy Ward Baker, regista che aveva girato Vampiri Amanti nel 1970 e ottenuta con quel film la fama (almeno tra gli appassionati del genere) che meritava. Musiche di livello, magari fin troppo “pompose”…comunque adeguate. Asylum, la morte dietro il cancello è un titolo che meriterebbe una spolverata e la rinnovata attenzione di chi ama l’horror di un tempo…quello che parlava alle sensazioni e non cerca nel disgustarci l’unica ragione d’essere. 

domenica 8 giugno 2014

Il terrore viene dalla pioggia - The creeping flesh (F.Francis, 1973)

A seguito del ritrovamento di un gigantesco scheletro di umanoide in Nuova Guinea il professor Emanuel Hildern scopre che si tratta di un reperto ben più antico delle più antiche ossa umane e decide di studiarne la natura. In questo modo si rende conto del potere “rigenerante” che ha l’acqua su quelle spoglie e del terribile potere che quel corpo ricostituito e tornato alla vita ha sul prossimo e sull’ambiente che lo circonda: quei resti appartengono infatti al Genio Del Male. Decide così di isolarne il gene e di studiare un siero che possa immunizzare dal Male e per farlo mette in gioco ciò che ha di più caro: la vita di sua figlia Penelope…
Horror di buona fattura, con uno script ben composto e una discreta costruzione dei personaggi. Il cast e l’indubbia professionalità di maestranze e attori ci aiutano non poco ad attribuire ottimi voti a questo sci-gothic d’oltre manica. Peter Cusching e Cristopher Lee non sono certo una sorpresa e portano a termine i loro ruoli con la bravura che siamo abituati ad accordare loro da tempo. Il rischio di cadere nel noioso e nell’ovvio è scongiurato grazie a tanti piccoli trucchi di camera e di montaggio che riescono benissimo a tenere alta l’attenzione dello spettatore. L’horror nella sua accezione comune è assolutamente assente e l’odore di polveroso romanzo inglese prende forma nelle splendide ricostruzioni dei pub maleodoranti e nei costumi d’epoca. Di sottofondo gli intensi e contrastati rapporti familiari e un attacco ad una certa malata convinzione di alcuni uomini di scienza, capaci di immolare se stessi, più che per la scienza, per la fama ed il successo. Quest’illuminismo fuori controllo è messo a paragone con le “forze antiche” di esseri enormi e capaci di tornare in vita al solo contatto con l’acqua o la pioggia. La natura e le sue meravigliose possibilità schiacciano le beghe e l’ambizione di piccoli e mediocri medici. Manca quell’ultimo importante tassello, che avrebbe fatto del film un piccolo cult, una certa attenzione nel trucco e nella maschera quando nel finale si palesa il Genio del Male…davvero pochino per fantasia e realizzazione. Di notevole effetto è invece il quadro dipinto da Hildern (P.Cusching)…violento nel profondo e decisamente angosciante. Freddie Francis, il regista, è noto e arcinoto per essere stato il direttore della fotografia in vari film di Lynch (Elephant Man, Dune) e Cape Fear di Scorsese…qui è ancora nei soli panni di cineasta e non possiamo non  scorgere fin da subito l’occhio attento e capace che già lo contraddistingue e che ne farà la fortuna negli anni a seguire. Un diversamente horror per gli appassionati del genere.