sabato 18 ottobre 2014

La notte dei morti viventi - The night of the living dead (G.Romero,1968)


In una cittadina della Pennsylvania i morti tornano in vita, affamati e cannibali. Chiusi in una fattoria ai margini del cimitero, alcuni cittadini cercano di sottrarsi all'orribile destino che li attende. Ma non sarà cosi facile passare la notte. Le loro differenti opinioni sul miglior modo per uscire da quella situazione e gli inevitabili scontri che ne conseguiranno aggiungeranno difficoltà all'impresa già disperata di difendersi dalle decine di zombie che circondano la casa.
...e un giorno Romero decise il futuro dell'horror. Dopo quei 90 minuti, usciti dalle sale, il gusto di chi si definiva appassionato del genere non fu mai più lo stesso. Allegorico e talmente tanto reale nel rappresentare il cuore rurale e cinico dell'America in quel finire dei '60 da poterlo credere più vero che assurdo. La produzione è di quelle poverissime, caratteristica quasi immancabile delle pietre miliari del cinema, e Romero utilizza ogni singolo dollaro (dei 100000 a disposizione per l'intero film) al meglio, quel suo B&W è contrastato ed evocativo. La musica è rumore e la tensione è claustrofobia. Non arriverà alla perfezione del nostro Bava e non sarebbe stato neanche opportuno per quelle che erano le sue intenzioni. Il girato doveva risultare sporco e quasi ripreso da un improvvisato operatore della domenica. Gli zombie erano già apparsi su qualche pellicola prima di quelli romeriani, di riti magici capaci di riportare in vita i morti e simili non ne mancavano certo, ma quel che il genio di Romero portò al mondo, e nessuno prima di lui, è quel retrogusto "sociale", un pungente sarcasmo sempre presente e sempre implacabile. Ogni singolo personaggio, dal leader nero alla famiglia tipica e tutti come loro, porta le sembianze di un vicino o di un collega, sono loro i "non morti" che "non vivono"...sembra suggerire Romero. Quel microcosmo di personaggi forzatamente costretti a vivere la stessa esperienza, a confrontarsi e a far uscire il meglio e soprattutto il peggio di loro stessi, assediati da quelli che sembrano essere più l'incarnazione delle loro paure che dei pericoli reali, rappresenta la speranza del genere umano che sa di dover affrontare i pericoli di una modernità ormai sfuggita ad ogni controllo e che non si dimostrerà essere alleata...ma nemica. Tutto questo e un finale che arriva come una rasoiata inaspettata, senza possibilità di interpretazioni diverse se non l'angoscia per una vittoria che sembra peggiore della disfatta, hanno fatto amare questo film e lo hanno portato ad essere seminale e imprescindibile pietra di paragone per tutti...horror e non. Se a questo film dovessimo (se proprio costretti) trovare un difetto sarebbe il dover riconoscere a Romero e ai suoi dondolanti mostri la colpa di aver per sempre ucciso il gusto gotico e hammeriano del fare horror. Le pagine dei polverosi romanzi ottocenteschi, che hanno fatto da canovaccio alle numerosissime produzioni di genere, rimarranno per sempre chiuse e dimenticate. I denti di un vampiro e il suo mantello nero, i castelli nascosti tra le brume e le cripte polverose dei manieri non solo non faranno più paura a nessuno...ma appariranno, da allora in poi,  ridicole e inopportune ai più. Opera prima di una bellezza oltre le opinioni personali e capace, allora come oggi, di logorare le sicurezze dello spettatore e sprofondarlo in una spaventosa quotidianità, piena di alienazioni e falsi miti di progresso.

sabato 4 ottobre 2014

Le Vergini di Dunwich - The Dunwich horror (D.Haller, 1970)

Nancy, studentessa della Miskatonic University di Arkram, fa la conoscenza con l’ambiguo Wilbur Whateley, discendente di una famiglia dedita a pratiche occulte ed intenzionato a riportare sulla Terra gli antichi e demoniaci padroni. Per fare ciò Wilbur deve sacrificare la ragazza in olocausto e rubare una copia del famigerato Nocronomicon, libro in cui sono contenuti i formulari d’evocazione. Il fratello gemello di Wilbur, progenie di creature non umane e terrificante per potere ed aspetto, attende nella soffitta della vecchia casa di famiglia di essere liberato e riportare il terrore tra gli abitanti di Dunwich, così come fecero i suoi avi anni prima. L’intervento del professor Armitage, esperto conoscitore del Necronomicon, impedisce che tutto si compia…ma a costo di molte vite e non prima di un finale sorprendente.
Adattamento cinematografico di un celebre e bel racconto breve di H.P. Lovecraft (L’orrore di Dunwich). Prodotto da Corman e diretto dal bravissimo scenografo Daniel Haller, che qui torna, dopo una buona esperienza con La morte dall’occhio di cristallo, dietro la macchina da presa e con risultati dignitosi. La vera difficoltà che regista, attori e produttore dovranno affrontare è la complicatissima impresa di riportare le atmosfere Lovecraftiane su pellicola…carpire gli odori e i colori non scritti nel racconto ma che sono gli ingredienti indispensabili per far riuscire la ricetta. Il film si discosta in diversi punti dal racconto, furbescamente inserisce quello che lo scrittore di Providence non aveva neanche mai pensato ma che la moda dei girati di quegli anni imponeva, di riti satanici basati sul sesso non ne abbiamo traccia nel libro e poco si adatterebbero allo stile di Lovecraft. La pellicola scorre piacevolmente e, cercando di soprassedere su una recitazione svogliata e che arriva alla nullità nel caso della protagonista femminile (Sandra Dee), si riesce a godere di alcune ottime trovate registiche; notevoli inquadrature in soggettiva portano tensione e attenzione ai livelli che un buon horror merita, l’uso di flash monocromatici e giochi di colore per cercare di portare la meraviglia e l’onirico dello scrivere di Lovecraft nel film ottengono, tutto sommato, il risultato desiderato. Particolare nota di merito la dobbiamo alla sigla iniziale…un cartone animato di estrema semplicità, ma che riesce a catturare attenzione e affascina con poco, facendo ben sperare per la visione del film. La buona regia di Haller la si riconosce anche e soprattutto quando, con stacchi repentini e obiettivi sporcati a dovere, vuole mostraci gli incubi della Dee. Una perfetta sintesi di immagini e musica e rumore che infastidendo affascinano e danno lustro ad un film che, tutto sommato avrebbe rischiato il dimenticatoio senza appello. Sorte che non riuscì ad evitare lo stesso Lovecraft, morto poverissimo come il “collega” Poe e ricomparso negli scaffali solo decenni dopo la sua morte per grazia di alcuni appassionati che ne ripubblicarono le opere. Il film, anche per questo suo omaggio ad uno scrittore sempre troppo stretto tra inutili paragoni e il cambiamento di mode veloci e poco credibili nei gusti dei lettori, merita una visione e che il film stimoli la curiosità e avvicini più persone alla lettura del racconto originale.